Di Giulia Bordonali
Il 3 ottobre 2026 il quartiere Paolo VI di Taranto è diventato il centro del rap italiano. Per una notte la città dei due mari ha fatto da cassa di risonanza al Red Bull 64 Bars Live, dal 2022 l’evento one-shot sceglie le periferie d’Italia per allestire i suoi set. Nessuna competizione, nessuna giuria, soltanto i pesi massimi della scena che, dopo aver inciso la propria traccia nei Red Bull Studios, si ritrovano sul palco.
La serata è stata un flusso continuo, con i suoi protagonisti che si alternavano tra di loro in un dialogo costante. Importante il segmento condiviso da Sayf e Ele A. Il primo ha confermato la sua natura di artista poliedrico, capace di muoversi con naturalezza tra Sanremo e il 64 Bars – forse i due poli più distanti del live contemporaneo italiano – senza mai scendere a compromessi con la propria cifra stilistica. Lo dimostra il suo ingresso, accompagnato da una sezione fiati. Ele A dopo aver condiviso il palco, o meglio la balconata, suona la sua Atlantide dal pianoforte incastonato tra le ringhiere dei palazzi bianchi. Sa portare la precisione della sua metrica old school e forse proprio per questo a seguire c’è stato l’unico ospite internazionale, rappresentante di un old school sempre vivo, Redman.
Anche il padrone di casa Kid Yugi non passa certo inosservato: trasportato da quattro ragazzi, all’interno di una scultura gigante che riproduceva le sue stesse fattezze, si palesa sulle note di una traccia solenne e marziale, dal sapore di una parata sovietica – interessante questa scelta specifica, in uno show che strizza l’occhio in tutto e per tutto alle performance americane.
A tenere insieme lo spettacolo è la grammatica più antica dell’hip hop, il tempo in 4/4, unito a quel gesto chiamato continuamente dal “su le mani” urlato dal palco, che rende gli spettatori metronomi umani coinvolti nel tempo musicale. L’unica nota stonata tra le braccia alzate è la loro oramai consueta estensione, lo schermo blu, che come il granchio infesta terre e mari. Una barriera di schermi accesi per registrare frammenti di video destinati, nella maggior parte dei casi, a rimanere inerti negli archivi digitali.
Il concept di questo format nasce in Nuova Zelanda, dove il team dei Red Bull Music Studios di Auckland ideò una sfida semplice, ma, come ogni sfida Red Bull, all’insegna dell’estremo: un rapper, un producer, nessuna concessione a ritornelli o melodie commerciali ed esattamente 64 battute musicali consecutive da produrre. Richiede un lavoro artigianale fatto di conteggio sillabico, rime interne studiate al millimetro, gestione del diaframma e cambi di flow. Approda in Italia nel 2010, attraverso la piattaforma Red Bull Droppa e trova nel nostro Paese un terreno fertile con pochi eguali, trasformando un puro esercizio di stile in un vero e proprio metro di giudizio per stabilire il peso di un artista. Dal 2022 i pezzi creati in studio attraccano poi anche tra la gente, con l’evento 64 Bars Live.
La presenza di un colosso delle bevande energetiche in una piazza popolare non è un caso, ma l’apice di una visione aziendale iniziata oltre quarant’anni fa. Nel 1982, durante un viaggio di lavoro in Thailandia, l’austriaco Dietrich Mateschitz scoprì il Krating Daeng, uno sciroppo tonico a base di caffeina e taurina consumato da camionisti e operai locali. Intuendone il potenziale, lasciò il suo impiego e investì mezzo milione di dollari, insieme all’ideatore tailandese Chaleo Yoovidhya, per adattare la bevanda all’Occidente. Ridussero gli zuccheri, aggiunsero anidride carbonica e tradussero letteralmente il nome in un più immediato Red Bull. Al debutto europeo le autorità sanitarie bocciarono il progetto a causa delle concentrazioni elevate di caffeina e taurina. Il mercato poi, in seconda battuta, bocciò tutto: il packaging in alluminio che non assomigliava a quelli europei, il sapore troppo denso dal retrogusto medicinale e il prezzo elevato.
Ma Mateschitz, un uomo molto riservato e mosso da apparenti contraddizioni; ricordiamo come il fondatore degli eventi Red Bull nei suoi dieci anni universitari ha sempre disdegnato feste e festini, non considerava la vita mondana una sua priorità, tantomeno lo studio. Quando però arriva a investire tutti i suoi soldi nel toro tailandese e non funziona, la strategia diventa quella che potremmo tradurre con una formula a noi nota “fatto il prodotto, bisogna fare l’idea”. Con una visione d’impresa anticipatrice dei tempi, mentre i colossi tradizionali compravano spazi pubblicitari negli stadi di calcio, Mateschitz scelse di creare i suoi eventi, non sponsorizzare quelli altrui, intercettando le sottoculture giovanili che i grandi marchi bistrattavano. Dallo skateboard alla downhill, dai tornei di breakdance alle sfide di scrittura rap, l’azienda ha compiuto una vera e propria impresa sociale, capace di dare credito a realtà prive di voce istituzionale. Red Bull si vende perché vende l’idea di una libertà inedita, finalmente legittimata. Red Bull è la compagna delle sfide estreme, dalla sessione di studio universitario la notte prima dell’esame fino alla promozione di imprese titanica come quella del primo uomo, senza veicolo, lanciatosi da una quota di 38.969 metri d’altitudine nel New Mexico.
Quello andato in scena tra i palazzi del quartiere Paolo VI di Taranto sabato 3 ottobre è un tassello di questo vivacissimo puzzle.
