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Tupac, trent’anni dopo il rap trova finalmente un colpevole

Di Emilio Luigi Boccalini

Ci sono storie che finiscono quando arrivano i titoli di coda, e poi ce ne sono altre che continuano a vivere proprio perché un finale non ce l’hanno mai avuto.

La morte di Tupac Shakur appartiene alla seconda categoria, per quasi trent’anni l’omicidio di uno degli artisti più importanti e controversi della storia dell’hip hop è rimasto sospeso in una zona grigia fatta di gang, rivalità musicali, vendette, teorie del complotto, poliziotti corrotti, dischi, documentari e soprattutto domande senza risposta, adesso una risposta giudiziaria è arrivata.

Duane “Keffe D” Davis, 63 anni, è stato riconosciuto colpevole in Nevada dell’omicidio di primo grado di Tupac Shakur, non è stato indicato come l’uomo che materialmente ha premuto il grilletto, ma secondo l’accusa fu lui a procurare l’arma, a organizzare la rappresaglia e a partecipare all’azione che portò alla morte del rapper.

E c’è un dettaglio che rende questa storia quasi incredibile, Davis non è stato incastrato da una nuova tecnologia, da una pistola ritrovata dopo trent’anni o da una sofisticata analisi del DNA, in gran parte, è stato il suo stesso racconto a riportarlo davanti a una giuria.

Ha parlato, ha raccontato, ha scritto un libro, ha partecipato a documentari, ha rilasciato interviste e ha frequentato podcast e programmi televisivi.

Per anni ha trasformato quella notte del 7 settembre 1996 in una parte della propria identità pubblica, fino a quando quelle parole sono diventate materiale da processo.

Ed è forse questo il finale più moderno possibile per la storia di Tupac: il mistero più famoso dell’hip hop è stato avvicinato alla soluzione non perché qualcuno abbia trovato una prova dimenticata, ma perché qualcuno non ha più smesso di raccontarlo.

Per capire la morte di Tupac bisogna tornare a un’epoca nella quale il rap americano non era ancora diventato l’enorme industria globale che conosciamo oggi.

Negli anni Novanta l’hip hop era già potentissimo, ma conservava una componente molto più ruvida, era musica, certamente, ma era cultura, era moda, era linguaggio ma era anche appartenenza e soprattutto era competizione.

La contrapposizione tra East Coast e West Coast era diventata qualcosa di molto più grande di una semplice rivalità musicale, da una parte New York, con Bad Boy Records, Puff Daddy e The Notorious B.I.G, dall’altra Los Angeles, la Death Row Records di Suge Knight, Dr. Dre, Snoop Dogg e poi Tupac.

I dischi erano pieni di provocazioni, le interviste alimentavano le tensioni, le radio amplificavano ogni frase e il pubblico trasformava ogni scontro in uno spettacolo.

Oggi siamo abituati alle guerre musicali sui social, ai rapper che si rispondono su Instagram, alle visualizzazioni utilizzate come misura del successo e ai diss che diventano immediatamente notizia.

Negli anni Novanta non c’erano TikTok, Instagram o YouTube, ma il meccanismo era già lì, solo che era molto più pericoloso.

Perché intorno alla musica c’erano persone e ambienti nei quali una provocazione non necessariamente rimaneva una provocazione e Tupac viveva esattamente dentro quella contraddizione, era un artista straordinario, ma era anche diventato un simbolo, e quando una persona diventa un simbolo, tutto quello che fa acquista un peso diverso.

Il 7 settembre 1996 Tupac è a Las Vegas per assistere al match tra Mike Tyson e Bruce Seldon, è una serata importante anche per la cultura pop americana: Tyson combatte e Tupac è ormai una delle più grandi star della musica mondiale.

Dopo l’incontro, però, succede qualcosa che cambia tutto.

All’interno dell’MGM Grand, Tupac e alcuni membri del suo entourage aggrediscono Orlando “Baby Lane” Anderson, appartenente ai South Side Compton Crips e nipote di Duane Davis, quell’episodio diventa, secondo la ricostruzione dell’accusa, il punto di partenza della vendetta.

Poche ore dopo Tupac è sulla BMW di Marion “Suge” Knight mentre viaggiano verso il Club 662 quando arrivano all’incrocio tra Flamingo Road e Koval Lane, una Cadillac bianca si avvicina.

È una scena che, nel corso degli anni, abbiamo visto raccontare decine di volte, la Cadillac affianca la BMW si abbassano i finestrini e partono i colpi.

Tupac viene raggiunto quattro volte, Suge Knight viene ferito.

La BMW parte, Tupac viene portato in ospedale e sei giorni dopo, il 13 settembre 1996, muore a 25 anni.

E qui nasce una delle grandi leggende della musica moderna, Tupac non ha avuto il tempo di diventare un artista “storico”, è diventato storia mentre era ancora giovane, ed è una differenza enorme.

Non abbiamo avuto il Tupac cinquantenne, non abbiamo visto come sarebbe cambiata la sua musica, non sappiamo se avrebbe continuato con il rap, se sarebbe diventato produttore, attore, regista o attivista, non sappiamo come avrebbe affrontato l’evoluzione dell’hip hop.

Tupac Shakur è stato molto più di un rapper.

Era figlio della cultura politica delle Black Panthers, aveva studiato teatro e Shakespeare, era poeta, attore, musicista e soprattutto un artista capace di mettere insieme due mondi apparentemente incompatibili.

La rabbia della strada e la sensibilità del poeta ,la durezza e la fragilità la denuncia sociale e il desiderio di successo, Tupac non era facilmente catalogabile, era pieno di contraddizioni, ed è probabilmente anche per questo che continua a interessare.

Tupac non era facilmente catalogabile, e alla fine, mentre Tupac è rimasto un’icona, il racconto di Davis è diventato il capo d’accusa contro se stesso.